Gli psicofarmaci sono utili o di ostacolo alla guarigione? Riflessioni sul tema

Il tema è certamente di grande attualità in quanto in Italia i dati statistici circa l’uso degli psicofarmaci sono in costante aumento.

L’obiettivo di questo articolo non è la demonizzazione degli psicofarmaci, ma avviare una riflessione che possa portare ad un uso responsabile da parte di tutti, medici e pazienti, dal momento che la farmacologia sì presenta dei vantaggi a breve termine, ma dei rischi sul lungo periodo, oltre che una, ancor più pericolosa, deresponsabilizzazione soggettiva.

Dati statistici

I dati più recenti sul consumo di psicofarmaci in Italia sono resi disponibili da:
• Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) nel documento Trend consumo psicofarmaci in Italia 2015-2017 dove si osserva che vi è “nel 2017 […] un incremento di circa l’8% rispetto all’anno precedente […] nei consumi di benzodiazepine, intesi come ansiolitici, ipnotici e sedativi” e che “i cittadini che nel 2017 hanno ricevuto una prescrizione di antidepressivi sono stati oltre 2 milioni, il che corrisponde a una prevalenza d’uso del 6% […] si stimano in 3,6 milioni gli italiani che hanno ricevuto almeno una prescrizione di antidepressivi” nell’anno.

• Osservatorio sulla Salute nel documento Rapporto Osservasalute 2017 Salute mentale dove viene sottolineato che “il trend relativo al volume prescrittivo dei farmaci antidepressivi, dopo l’incremento costante registrato nel decennio precedente, sembrava aver raggiunto, nel periodo 2011-2012, una fase “plateau” di stabilità […], mentre nel quadriennio successivo si è registrato un nuovo aumento

Brevi riflessioni iniziali

Leggere questi dati ci impone delle riflessioni su quanto sia aumentato, e sia in aumento, il livello di stress al quale siamo sottoposti e il disagio psichico vissuto quotidianamente da ciascuno.
In seduta vengono portati con sempre maggior frequenza i timori sulla solitudine vissuti, in particolar modo dalle donne, sul futuro incerto e senza garanzie o possibilità progettuali a lungo termine, ed è facile osservare la sempre maggiore incapacità di gestire la frustrazione e assumersi le responsabilità delle proprie scelte.

Quanto sono utili o di ostacolo gli psicofarmaci?

Non esiste una risposta univoca alla domanda quanto siano utili o di ostacolo alla guarigione gli psicofarmaci ma, certamente, alcuni dati devono far riflettere. Proviamo a farlo insieme attraverso il volume Indagine su un’epidemia. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci di Robert Whitaker che pone diversi e interessanti interrogativi. In particolare ci soffermeremo su alcuni passaggi molto puntuali della presentazione dell’edizione italiana curata dal dott. Giuseppe Tibaldi.

Origine biologica dei disturbi mentali: quali effetti?

Il primo passaggio sul quale rifletteremo è il seguente: “le teorie che postulano un’origine biologica dei disturbi mentali gravi rappresentano un ostacolo evidente al mantenimento di aspettative favorevoli” (p. X) circa le possibilità di guarigione dei pazienti.
Trovo molto significativa questa frase in quanto introduce un tema fondamentale che spesso è oggetto di riflessione in seduta con i pazienti: la responsabilità soggettiva. Nella nostra società contemporanea si osserva una progressiva deresponsabilizzazione da parte dei diversi soggetti e la clinica non è esente dal subire questo movimento.
Asserire che la depressione, ad esempio, ha un’origine biologica porta con sé diverse conseguenze, personali e cliniche: se il cervello è “rotto” non si può aggiustare, al massimo si può tamponare la situazione, ma “rotto” è e “rotto” rimane. Se tutto è già scritto, quale investimento nella cura potrà allora metterci lo specialista? Quale investimento nella guarigione il soggetto? Se tutto è già geneticamente predeterminato, cosa resta da fare?
Comprendete bene le conseguenze di questo tipo di visione della situazione, di questo approccio riduzionista: il soggetto viene eclissato, deresponsabilizzato. Non solo si eclissa il soggetto-paziente, ma si eclissa anche il soggetto-clinico, e i soggetti-familiari. Quale “recupero sociale” (p. XII) è allora possibile o pensabile?

Cronicizzazione dei disturbi mentali: quale il ruolo degli psicofarmaci?

Il secondo passaggio sul quale ci soffermeremo è il seguente: esiste un “rapporto diretto tra l’utilizzo dei farmaci a lungo termine e cronicizzazione dei disturbi mentali” (p. XIII).
L’esperienza personale portata dal dott. Tibaldi poche righe più sotto è molto interessante nella nostra interrogazione circa la funzionalità degli psicofarmaci e l’utilizzo che ne viene fatto. “Agli psichiatri della mia generazione […] anni ’80 […] nelle Scuole di Specializzazione si insegnava che la depressione era un disturbo ad evoluzione benigna […]: dopo 3-4 mesi tendeva a regredire, spesso senza l’uso degli antidepressivi” (p. XIII).
Affermare che la depressione ha un’evoluzione benigna ci porta a domandarci come mai l’assunzione degli antidepressivi sia diventata così massiccia negli anni duemila. Giustamente i pazienti temono di iniziare a far uso di psicofarmaci, anche laddove ve ne sarebbe clinicamente bisogno, laddove sentono che nel clinico alberga la possibilità che l’assunzione di questi, una volta iniziata, permanga per tutta la vita.
Questo testo di Robert Whitaker ben evidenzia come “l’uso (e l’abuso, indiscriminato, nda) degli antidepressivi abbia modificato radicalmente il decorso dei disturbi depressivi, favorendo le ricadute, la persistenza dei sintomi sottosoglia, la spinta verso la maniacalità” (p. XIII). È quindi possibile ipotizzare che, quanto meno in alcuni casi, l’uso degli antidepressivi sia addirittura di ostacolo alla guarigione?

Gli psicofarmaci: quale il loro ruolo nella contemporaneità del ‘tutto, subito e senza fatica’?

Il terzo passaggio che carpirà la nostra attenzione è il seguente: “il farmaco […] veniva per ultimo: gli veniva assegnato un ruolo di ‘facilitatore’, in quanto poteva contribuire a neutralizzare le fasi acute di crisi e poteva attenuare le tensioni e i conflitti che segnavano la fase di recupero verso un ruolo sociale attivo” (p. XIV).
Oggi assistiamo all’uso e all’abuso, in tanti casi, di ansiolitici e antidepressivi quali panacea di tutti i mali. È esperienza clinica quotidiana, della sottoscritta, ma non solo, ricevere pazienti che in primo colloquio lamentano di essersi recati dal medico di famiglia parlando delle loro difficoltà (ansia, depressione, attacchi di panico, …) e averne ricevuto indietro solo ed esclusivamente una prescrizione farmacologica e non un invio ad altro specialista (psicoterapeuta o psichiatra) per vedere se fosse possibile un approccio diverso a tali problematiche.
Come mai nel 2019 siamo ancora a questo punto (forse meglio dire ‘così indietro’?)? È il medico che sceglie la strada più facile e veloce prescrivendo gli antidepressivi o gli ansiolitici (così da avere risultati immediati e della mancanza di risultati a lungo termine ce ne occuperemo quando ci saranno delle ricadute)? È il paziente che chiede al medico la strada più facile e veloce (così da non implicarsi in un percorso di psicoterapia che gli consentirebbe di avere maggiori risultati a lungo termine, ma che svelerebbe qualche scheletro nell’armadio)? Come mai il farmaco è oggi la prima scelta? Cosa sta accadendo nella nostra società in cui si desidera ottenere ‘tutto, subito e senza fatica’? Che anche il trattamento della propria sofferenza psichica sia schiavo di questa logica?

Dove finiscono le nostre capacità umane, relazionali, psicologiche se ci affidiamo solo ad un approccio riduzionista?

“Porre una fiducia eccessiva nelle teorie biologiche e nel ruolo decisivo del farmaco coincide, molte volte, con un atteggiamento di sfiducia nei confronti delle capacità interiori del paziente” (p. XV) promuovendo anche “un atteggiamento di sfiducia nei confronti di se stessi come operatori della salute mentale. Se il farmaco è così importante, così decisivo, allora le nostre capacità umane, relazionali, psicologiche, diventano un accessorio: l’aver fatto un percorso di conoscenza di se stessi, attraverso una psicoterapia individuale, diventa secondario” (p. XV).
Se iniziare un’analisi, una psicoterapia individuale, affrontare un percorso di crescita e di analisi delle proprie dinamiche e funzionamenti soggettivi sia invece primario e porti con sé un aumentato benessere psichico dovuto alle consapevolezze acquisite, un miglioramento generale nel rapporto con se stessi e con gli altri oltre che una risoluzione, o comunque un’importante attenuazione, della sintomatologia ansiosa, depressiva, …? Le persone che conosco, pazienti e non, che hanno fatto un’analisi, o comunque una psicoterapia, ne sono tutti entusiasti. E voi? Qual è la vostra esperienza?

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Dott.ssa Valentina Carretta
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