Bisogno di cibo e domanda d’amore. Il rifiuto alimentare nel lattante e nella prima infanzia

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[…] Il cibo, il seno, permettono di rispondere ad un bisogno del piccolo, alla domanda “ho fame”. Ma cosa accade se si risponde al pianto utilizzando sempre, o comunque in via privilegiata, il cibo? Cosa può accadere se l’unica modalità interpretativa di quel pianto, messa in atto dal genitore o dall’educatore, fosse “il bambino ha fame”?

[…] È importante che gli educatori possano, delicatamente, invitare i genitori a consultare uno specialista nelle situazioni che destano maggiore preoccupazione, nei casi di rifiuto alimentare, affinché insieme, in un contesto non giudicante, si possa iniziare a soffermarsi e ad interrogare questo sintomo alimentare, questo disturbo dell’alimentazione.

VIGNETTA CLINICA: Se ad una domanda posta dal bambino sul piano del desiderio (“papà desidero che tu stia accanto a me”) rispondiamo reiteratamente con il latte o le pappe stiamo offrendo una risposta non sufficientemente adeguata al bambino in quanto ci stiamo ponendo su un binario differente da quello richiesto. Questo può ingenerare confusione nel piccolo. Estremizzando il concetto con un esempio costruito al solo scopo esplicativo potremmo dire che se un bambino piange perché è angosciato da qualcosa e noi interpretiamo questo pianto come una richiesta di cibo, porgendogli costantemente il biberon, il bambino facilmente imparerà che quando è angosciato bisogna mangiare.

“Il sintomo del bambino è al posto giusto per rispondere a quello che vi è di sintomatico nella struttura familiare” (Lacan, 1987, p. 22) ovvero è possibile che il sintomo alimentare, ma non solo, rimandi ad un disagio del bambino legato all’ambiente familiare. […]

È, pertanto, fondamentale che, ad un certo punto, venga introdotta una separazione, un “no” che permetta al lattante di esistere come soggetto separato dalla madre. Tale separazione, tale cesura, è, generalmente, operata dal padre o dalla persona che incarna la funzione paterna, ma anche l’asilo e i suoi educatori possono introdurre qualcosa di questo taglio simbolico. […]

La pratica clinica, infatti, ben mette in luce come il bambino non domandi un oggetto di soddisfacimento, ma il segno dell’amore da parte del suo Altro di riferimento, la parola dell’Altro. La sua è una domanda d’amore, in una significativa percentuale di casi. […]

Nell’infanzia il padre è colui che permette la separazione fra la madre e il bambino, che interrompe la simbiosi fusionale fra i due introducendo un “no”, un limite, e inserendo un elemento terzo nella loro relazione.
VIGNETTA CLINICA: È come se il padre si rivolgesse al bambino con tono fermo e senza appello affermando: “la mamma non è solamente la tua mamma, ma è anche una donna, la mia donna, e io la desidero”. Verrà quindi il momento in cui la madre deporrà l’infante nella culla per volgersi al padre e, in quel momento, il bambino inizierà a fare i conti con il fatto di non essere l’oggetto d’amore esclusivo della madre e che lei, a sua volta, desidera anche altro da lui.

Fin qui abbiamo visto che la madre ha “[…] un’importanza determinante nell’organizzazione dell’Io del bambino […]. Tuttavia non bisogna trascurare la parte presa dal modo di essere del bambino, fin dalla sua nascita” (Kestemberg, Kestemberg, & Decobert, 1947, p. 110). Infatti possiamo osservare come, laddove la domanda d’amore del bambino venga frustrata e l’appello all’Altro non raccolto, il piccolo si organizzerà per trovare un possibile soddisfacimento alternativo, che comunque non basterà mai a placarlo perché attiene ad un registro differente da quello ricercato. Il primo soddisfacimento alternativo alla portata del bambino è il cibo. […]

L’articolo completo è disponibile sulla rivista Educare03 numero 6. Per acquistarla o abbonarsi: www.educare03.it