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Psicologa Psicoterapeuta - Specialista in Psicoterapia Psicoanalitica - Esperta nel trattamento dei Disturbi Alimentari

Quali gli indicatori di un disturbo alimentare?

Si possono curare i disturbi del comportamento alimentare?

SI!
Bisogna però essere tempestivi, altrimenti la problematica può acuirsi e complessificarsi. Se il soggetto non riconosce di avere un problema e non vuole iniziare un trattamento è importante che il suo contesto possa aiutarlo a formulare una domanda d’aiuto. Un sostegno ai familiari può essere utile sia per depositare e affrontare l’angoscia per la situazione che pervade i genitori, sia per costruire degli strumenti che possano portare il loro familiare a riconoscere la presenza di un problema, di una difficoltà, anche laddove il disturbo alimentare può avere una sua logica ed essere sentito, paradossalmente, come una soluzione da chi ne soffre. Si tratta, come possiamo osservare, di patologie complesse, e, allo stesso modo, lo è il trattamento che non coinvolge solo il soggetto, ma anche la famiglia, non solo lo psicoterapeuta esperto in materia, ma anche un’equipe multidisciplinare (nutrizionista, medico, fisioterapista, osteopata, psichiatra, educatori, …).

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Quali sono le cause, i fattori eziologici, dei disturbi alimentari?

Non vi è una causa sola ed unica. Si tratta di patologie multifattoriali: un trauma, particolari fattori familiari, sensibilità psicologica, estrema vulnerabilità. Più fattori insieme possono scatenare il disturbo, non vi è una causa univoca. Si tratta di disturbi che hanno a che fare con un dolore profondo, non sono semplici capricci dell’appetito. Gli aspetti coinvolti possono essere di natura sia psicologica, sia sociale, sia traumatica. In seduta i pazienti parlano spesso di un trauma subito, ad esempio terremoti, alluvioni, situazioni vissute come abusi, …. Negli adolescenti possiamo osservare una profonda insicurezza e vulnerabilità, la paura a vivere nel mondo fuori di casa, il timore di non sapere ancora “chi sono” fuori dall’ambiente familiare, ….

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Come capire se ci troviamo davanti ad un modo un po’ disordinato di alimentarsi o ad un disturbo alimentare vero e proprio?

L’eccesso, l’ossessione e la continuità nella perpetuazione di un dato comportamento alimentare possono essere degli indicatori preziosi. L’eccesso alimentare, ma anche un’eccessiva privazione di determinati cibi (a meno che non ci siano motivi medici, i dolci per i diabetici, ad esempio). La ripetizione del comportamento. Le sensazioni associate al mangiare.
In ogni caso, è sempre meglio confrontarsi con un un professionista esperto nel trattamento dei disturbi alimentari per chiedere un consulto e avere maggiori delucidazioni.

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Quali sono i segnali che possono farci capire di essere di fronte ad una persona con disturbi alimentari? Come genitore come posso insospettirmi?

Anzitutto se notate dei comportamenti nuovi rispetto all’alimentazione, a ciò che ruota attorno al cibo, ad esempio una particolare restrizione alimentare, il pensiero ricorrente al cibo o all’immagine, una grande ossessione per le diete o la forma fisica, l’esclusione di alcuni cibi, in base, ad esempio al colore, alla tipologia (dolci e carboidrati), lo spezzettamento eccessivo del cibo, il mangiare in modo significativamente più lento di quanto il soggetto faceva in precedenza, anche in rapporto alla media degli altri commensali, andare subito dopo aver consumato il pranzo o la cena al bagno, la comparsa di calli sulla mano in prossimità delle nocche (provocati dai denti durante la pratica del vomito autoindotto), significativa perdita di peso in tempi molto rapidi, uso e abuso di diuretici e lassativi, specchiarsi molto di frequente e pesarsi continuamente, aumentata attività fisica, costante movimento, camminare avanti e indietro per casa senza scopo apparente. Unitamente a ciò un grande indicatore è il profondo cambiamento di carattere al quale le persone vanno incontro. I ragazzi e le ragazze diventano molto nervosi, profondamente tristi, parlano a fatica, si isolano.
Queste patologie riguardano l’alimentazione, si palesano nel corpo che cambia (dimagrisce o ingrassa) ma, oserei dire, che prendono la forma di un disturbo alimentare, ma laddove dietro vi è un’altra tipologia di disturbo, qualcosa di più profondo che ha a che fare con altro, altro che magari i ragazzi stessi non sono in grado di identificare, ma che è importante riuscire a mettere in parole per guardarlo, misurarne i confini e affrontarlo.
I disturbi alimentari non sono semplici capricci, ma patologie ben più complesse e articolate che necessitano di un trattamento e sostegno adeguato.

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Qual è la situazione attuale? Quali i disturbi del comportamento alimentare più frequenti?

Il disturbo prevalente in questo preciso momento storico è la bulimia insieme al disturbo da alimentazione incontrollata. In passato il disturbo prevalente era l’anoressia.

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Come capire se sia fame e golosità o un’abbuffata?

L’abbuffata si caratterizza per un’ingestione in un tempo molto ridotto di una quantità di cibo sproporzionata, parliamo di 3.000-30.000 calorie in 30 minuti, pari a sei panettoni in 30 minuti. Questo consente bene di rendersi conto come ciò non abbia nulla a che fare con la convivialità. L’abbuffata avviene di nascosto, il soggetto vive una profonda vergogna e depressione, una perdita di controllo totale che lo porta ad alternare senza criterio dolce e salato, mangiando anche surgelati appena estratti dal freezer.

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Quanto contano le immagini pubblicitarie? I modelli sulle copertine delle riviste o sui manifesti pubblicitari?

Non vi è una correlazione diretta con le immagini delle modelle. Le ragazze anoressiche non desiderano tutte diventare modelle. Sicuramente però le immagini e i modelli ai quali tutti siamo esposti non aiutano, ma aumentano la sensibilità. Dobbiamo sempre considerare che ci troviamo dinnanzi a quelle che potremmo definire “nuove forme di depressione”, “nuovi sintomi”. I modelli culturali possono, eventualmente, spiegare la diffusione del problema, ma non sono la causa diretta. Infatti tutti noi vediamo queste immagini pubblicitarie, ma non tutti soffriamo di un disturbo alimentare.

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È tutta colpa dei genitori?

No!
Oggi osserviamo anche donne adulte che si ammalano per la prima volte a 40-50 anni. La famiglia ha la sua importanza, in quanto un giovane ha passato gran parte della sua vita in famiglia, ma questa non è la causa. Molti genitori che vengono in seduta riferiscono un senso di colpa imponente, tengono a sentirsi eccessivamente responsabili, ma non è così. Non sono imputati. Prendersi parte della responsabilità, “va bene”, prendersi tutta la responsabilità, è troppo. I genitori giocano un ruolo, ma non sono i colpevoli da condannare, anzi, possono configurarsi come una risorsa preziosa durante il trattamento.

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Quale può essere l’età d’esordio?

Ci troviamo di fronte ad un preoccupante abbassamento dell’età d’esordio di queste patologie, si ammalano oggi bambine di 8-10 anni, con conseguenze profonde a livello di sviluppo fisico (vi è un blocco dell’accrescimento osseo, ad esempio).

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Si ammalano solo le femmine?

No. Sono in aumento i casi di maschi adolescenti da 13-17 anni che presentano questi disturbi e si attestano sul 20% del totale. Nella contemporaneità anche il corpo dell’uomo è sotto esame e oggetto di pressione e giudizio. I calciatori si depilano, si curano in modo ossessivo, esagerato, profondamente diverso rispetto a solo 10 anni fa. I ragazzi sono meno ossessionati dalla magrezza, ma rivolgono un’attenzione eccessiva alla massa muscolare, da qui un disturbo chiamato vigoressia, ore e ore di estenuanti allenamenti in palestra, davanti allo specchio. Lo sguardo sul corpo, questo giudizio condiziona profondamente sia gli uomini sia le donne. Ciascuno di noi ha un corpo e dobbiamo confrontarci con esso a tutte le età e indipendentemente dal nostro sesso.

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Come capire autonomamente se è il caso di rivolgersi ad uno psicoterapeuta esperto in questi disturbi?

In caso di dubbio, è sempre meglio contattare un professionista esperto nel trattamento dei disturbi alimentari per chiedere un consulto e verificare insieme lo stato dell’arte. La prevenzione è sempre da preferirsi al trattamento. Affrontare per tempo un disturbo, nella fase d’esordio è più agevole che occuparsi di una problematica che il soggetto porta avanti da vent’anni.

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