“E se mi iscrivessi alla Facoltà di Psicologia?!”

studente di psicologiaLa scelta della Facoltà universitaria è un momento importante nel quale ogni aspirante matricola si confronta con i suoi sogni, i suoi desideri, le aspirazioni genitoriali, la realtà lavorativa, etc e, come accennato nel breve articolo “Come desidero frequentare l’università?” Una questione di scelta, può incontrare una certa ansia e preoccupazione in corrispondenza di questo momento concreto e simbolico di passaggio e di ponte sul futuro.

L’iscrizione alla Facoltà di Psicologia

Vi sono alcuni studenti che, di fronte a questa, decidono di iscriversi alla Facoltà di Psicologia. Ebbene, a mio umile parere, ritengo che la scelta della Facoltà di Psicologia (indirizzo Clinico) sia molto coraggiosa. Iscriversi a Psicologia è, primariamente, una scommessa che il soggetto fa, una scommessa sul proprio futuro, sulla propria vita. Non vi sono certezze, non esiste il “posto fisso”. Esiste solo un soggetto confrontato con il proprio desiderio e con gli onori e gli oneri che questa scelta comporta. Su questa strada si troveranno molti ostacoli e superarli non sarà facile, servirà grande determinazione, umiltà, fortuna e buoni maestri e compagni di viaggio.

Essere Psicologo Clinico

In una società che ci chiede di essere prestazionali, di fornire risposte e soluzioni rapide e durature, a basso costo, senza che l’altro si metta in gioco, la professione di psicologo clinico è l’esatto opposto e questo professionista si confronta quotidianamente con queste richieste, alle quali, è opportuno che si sottragga. Spero che un esempio possa rendere più semplice comprendere questo punto (come lo è per me, almeno): essere psicologo clinico non è dispensare consigli agli altri dall’alto di un supposto sapere universale, ma stare in silenzio, accanto alla persona, ad ascoltare – si tratta di un ascolto clinicamente orientato, non solamente di un ascolto semplice, sovrapponibile a quello che può generosamente offrire un amico o un familiare – ciò che il soggetto viene a dire o a non dire in seduta. Una mia paziente, parlando con un’amica che le chiedeva di spiegarle chi fosse lo psicologo, coniò una definizione che trovo straordinaria: “La psicologa è una che quando parlo mi ascolta”. Essere psicologo clinico è sottrarsi all’impulso naturale di mettere sul piatto al paziente quale, secondo noi, sarebbe la “soluzione” al suo problema perché, quella “soluzione”, non sarebbe la sua, ma la nostra al suo problema. È una professione fatta di pazienza, di umiltà, ma soprattutto di etica, in cui, per come la interpreto personalmente (ed è solamente la mia opinione personale; mi permetto di invitare ciascuno a costruirsi la sua e a continuare a lavorarci sopra durante tutta la sua vita professionale), è importante attendere che il soggetto possa, con i suoi modi e con i suoi tempi, trovare la propria strada d’uscita dalla situazione che lo fa soffrire e costruire la propria soluzione, tollerando anche la sua frustrazione, e la nostra, quando afferma “se lei non mi dà la soluzione io me ne vado”.

Perché, allora, diventare Psicologo Clinico? Perché specializzarsi ulteriormente per  diventare Psicoterapeuta?

Sta a ciascuno cercare e costruire la sua risposta.

“Due strade trovai nel bosco e io scelsi quella meno battuta, ed è per questo che sono diverso” (L’attimo fuggente)