Tossicodipendenza: se non fosse un sintomo ma una soluzione?

Cibo alcool drogheLa psicoanalisi si approccia alla tossicodipendenza a partire da una necessaria distinzione che opera, primariamente, fra “sintomo” e “soluzione” al fine di poter evidenziare e portare alla luce anche gli aspetti positivi che per il soggetto vi sono in questa condotta e lavorare affinché questi riesca a costruirne di meno invasivi e maggiormente funzionali al raggiungimento del suo benessere.

Freud nel suo testo “Il disagio della civiltà” evidenzia come per l’essere umano “il compito di evitare il dolore relega sullo sfondo quello di procurarsi il piacere”, ovvero quanto sia prioritario mettere a tacere il dolore prima di occuparsi di altro, di qualsiasi altra cosa.

La persona che fa uso di sostanze (droghe, alcool, cibo, farmaci, …) sta cercando di fare i conti, a suo modo, con questo dolore, con la sua angoscia profonda, e, pertanto, è clinicamente molto importante avere rispetto per questa strategia che il soggetto ha trovato dal momento che la tossicodipendenza non è un “sintomo”, ma una “soluzione”. Si tratta di una soluzione paradossale certamente, ma comunque di una soluzione, di una soluzione molto particolare perché non implica la relazione con l’Altro.

Ascoltare le storie di soggetti dipendenti da sostanze (droghe, alcool, cibo, farmaci, …) permette di cogliere con chiarezza la necessità che queste persone hanno di raggiungere il godimento senza passare attraverso l’Altro, cortocircuitando domanda e desiderio, mettendosi al riparo dalla minaccia rappresentata dal desiderio dell’Altro, dalla relazione con l’Altro. Questa relazione a più voci è caratterizzata dal mistero, in fin dei conti. L’Altro può anche abbandonarci o divorarci, ma, allo stesso tempo, è importante sottolineare come nessun bisogno dell’essere umano possa venire soddisfatto se non attraverso l’Altro (basti pensare al pianto del bambino che domanda di essere cambiato ovvero di essere nutrito ovvero di essere tenuto in braccio).

Se l’Altro può sottrarsi all’incontro, la sostanza invece è fedele, costituisce un incontro certo e permette al soggetto un indubbio controllo, almeno in un primo momento. Successivamente è possibile che il soggetto tossicomane, il soggetto anoressico, … perda il controllo che aveva, o pensava di avere, sulla sostanza e, proprio lì, si venga a creare una piccola breccia dove il singolo è più aperto alla possibilità di incontrare un clinico e a tentare di mettere in parola quanto gli accade e gli è accaduto.
Mi preme inoltre evidenziare un ulteriore aspetto da non sottovalutare, ovvero che le dipendenze forniscono al soggetto che si percepisce fragile un’identità forte (“sono un tossicomane”, “sono un’anoressica”, …) e socialmente riconosciuta.

Mi auguro che questi pochi punti evidenziati, non certamente esaustivi, permettano più agevolmente di comprendere le difficoltà del soggetto dipendente a chiedere aiuto e ad adoperarsi per una risoluzione della sintomatologia. Spesso infatti giungono familiari, amici o colleghi alla porta dello psicologo o di un servizio per domandare come comportarsi e come far fronte all’angoscia che li abita e che non pare abitare la persona che usa e abusa delle diverse sostanze. Potremmo affermare che il soggetto non prova dolore perché fa uso di droghe, il soggetto fa uso di droghe per trattare il dolore che prova. La tossicomania è, per lui, una soluzione per far fronte ad un’angoscia più profonda.

Per facilitare l’emergere di un interrogativo soggettivo attorno a questa pratica è opportuno che il clinico, così come le persone vicine al soggetto dipendente, mostri il suo desiderio di comprendere le motivazioni di questa scelta paradossale che, al di là della manifestazione sintomatica che può presentarsi fenomenologicamente in modo simile in tanti casi, è espressione di una fondamentale peculiarità soggettiva e non una disfunzione: la dipendenza è la traccia della singolare marca soggettiva.