“Era tanto che ci pensavo ad un colloquio. Non ho mai trovato il coraggio” Le resistenze a chiedere un appuntamento

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Spesso le persone arrivano in seduta affermando che era diverso tempo che pensavano di rivolgersi ad un professionista, ma che non avevano mai trovato il coraggio di farlo, un po’ perché incontrare questa particolare figura ritengono significhi aver fallito e non essere stati in grado da soli di risolvere i propri problemi e un po’ perché i pregiudizi circa la figura dello psicologo, dello psicoterapeuta, dello psicoanalista, sono ancora molto presenti.

Proviamo a soffermarci, anzitutto, sulla prima parte di questa riflessione.

Contattare una psicoterapeuta

Rivolgersi ad uno specialista permette, almeno per quello che può essere la mia personale esperienza clinica, di prendere in mano le proprie questioni e iniziare ad affrontarle, in maniera diversa, con il supporto di un’altra persona che, come sottolineato nell’articolo “Incontrare uno psicologo?! Incontrare uno psicoterapeuta?!” “E perché no?”, non si sostituisce in alcun modo al soggetto e non risolve magicamente in una, due o cinque sedute – per approfondimenti mi permetto di rimandare all’articolo “Dottoressa mi aspetto di guarire in tre sedute”– una problematica che si protrae magari da settimane, mesi o anni.
Vediamo di semplificare con un esempio: se durante un allenamento mi faccio male ad una mano e nei giorni successivi, pur tenendola a riposo, mettendovi sopra il ghiaccio e assumendo qualche pastiglia di antidolorifico il dolore non passa cosa faccio? La risposta appare immediata: andare dal medico per un consulto. Giunto in Studio da questi provvederò a spiegargli come mai ho pensato di rivolgermi a lui, parlerò delle circostanze e della dinamica del mio infortunio, dei tentativi che ho fatto per risolvere autonomamente la situazione e del fatto che adesso mi serve anche il supporto di un professionista per riuscire a capire qualcosa di più circa la natura della persistenza del mio malessere. Il medico, ascoltato il racconto del paziente, farà con lui delle ipotesi (distorsione, frattura…), ma avrà bisogno di visionare una radiografia per decidere quale intervento suggerire (bendaggio, steccatura, immobilizzazione, intervento chirurgico…) e così chiederà al paziente di sottoporsi a questo accertamento. Mi permetto di sottolineare che il paziente deciderà autonomamente se recarsi o meno in ospedale per sottoporsi all’esame radiografico, o aspettare che “il tempo aggiusti tutto”. Se la persona riterrà utile procedure, invece che attendere, si recherà a fare la lastra e tornerà nuovamente dal professionista per farla visionare e insieme capire quale sia la strada migliore da percorrere. Certamente il medico, in funzione di diverse variabili, propenderà per una soluzione o per un’altra, ma, alla fine, è sempre il soggetto a decidere (nessuno può obbligare un paziente a farsi immobilizzare una mano mediante un’ingessatura o altro, anche se necessario per evitare danni peggiori in futuro).
Ho scelto questa vignetta di tipo medico ortopedico perché ritengo sia facilmente intuibile come una frattura non ridotta, o non immobilizzata adeguatamente, possa comportare una cattiva autosaldatura dell’osso (perché è pur vero che “il tempo aggiusta tutto”, la domanda è “come però?”) e quindi portare a problematiche più serie nel futuro.

“Se sono venuto da lei è perché ho fallito e ho toccato il fondo”

Facendo riferimento al titolo ci si potrebbe interrogare sul perché determinate affermazioni (“se sono venuto da lei è perché ho fallito” o “vengo da lei perché sono alla frutta” o “mi vergogno a venire qui”) non vengano pronunciate nello studio di un ortopedico, mentre invece siano maggiormente presenti negli studi degli psicologi e degli psicoterapeuti. Mi preme sottolineare come alcune persone pensino ciò, ma non lo esplicitino nelle prime sedute, altre lo pensino e lo dicano subito al primo incontro, altre ed è questo, a mio parere, lo scoglio culturale che dobbiamo pian piano superare, lo pensino e quindi non bussino neanche alla porta del professionista aumentando così il rischio di una possibile “difettosa autosaldatura” – per restare nel nostro esempio ortopedico.
Come accorgersi se è avvenuta una “difettosa autosaldatura”? Osservando i nostri comportamenti e le nostre relazioni. Di frequente si ascoltano frasi come “faccio sempre lo stesso errore” o “casco sempre sulla stessa cosa” o “mi innamoro sempre degli stessi uomini” e così via. Questo avviene perché “è l’esistenza di un ostacolo che fa esistere la ripetizione – afferma Jacques-Alain Miller, psicoanalista francese, nel suo testo L’osso di un’analisi, p.16 – […] è perché c’è ripetizione che si percepisce e si isola l’ostacolo”.

Proviamo ora a soffermarci sulla seconda parte del tema avviato in questo articolo, ovvero quello riguardante i pregiudizi.

Quando il pregiudizio rischia di nuocere alla salute

Anzitutto è importante sottolineare come diverse ricerche della psicologia sociale mettano in luce che gli stereotipi e i pregiudizi non siano arginabili e che, in talune circostanze, abbiano anche una loro profonda utilità. Tuttavia, in alcuni contesti il pregiudizio può non essere funzionale e diventare, addirittura, nocivo se non ci permette l’azione, la presa in considerazione di strade alternative per far fronte ad una situazione apparentemente senza uscita o, in questo caso, non ci consente l’accesso ad un professionista della salute.
Questo importante passo è spesso difficile da fare e il tempo impiegato per decidere di fissare un appuntamento è talvolta lungo e travagliato (alcune persone impiegano anche un anno o più) e non sempre conduce ad un primo colloquio nell’immediato. Spesso le persone si pentono di aver atteso così a lungo senza però notare che, in alcuni casi, questo è stato un tempo invece ben speso perché ha permesso loro di soffermarsi a riflettere su se stessi e le proprie questioni prima di agire.

Perché possa realizzarsi un utile e proficuo lavoro psicologico, psicoterapico, risulta fondamentale il desiderio del soggetto, dal momento che lo psicologo psicoterapeuta non è un mago o uno stregone (può far sorridere questa affermazione, ma non è infrequente confrontarsi con persone che hanno delle aspettative “magiche” dai colloqui psicologici) e non darà consigli o soluzioni magiche sostituendosi al paziente, ma sarà il soggetto responsabile della sua messa al lavoro, della messa al lavoro delle sue questioni.