Disagio alimentare o disturbo alimentare? Interroghiamoci…

La differenza fra il termine “disagio” e “disturbo” può essere abbastanza intuitiva nella lingua italiana, ma ugualmente potrebbe risultare interessante fermarsi qualche momento a cogliere alcune sfumature per meglio comprendere quando ci troviamo di fronte ad un disagio alimentare o ad un disturbo alimentare.

Si potrebbe iniziare domandando aiuto ai lemmi dei dizionari, ad esempio. Ne troviamo di diverso tipo: etimologico, della lingua italiana, di psicologia, di medicina e di psicoanalisi.

Disagio alimentare

Parlando di “disagio” abbiamo, innanzitutto, la sensazione di una maggiore leggerezza rispetto al termine “disturbo”, tant’è che adoperiamo questa voce abbastanza di frequente. Quando utilizziamo il termine “disagio” facciamo comunemente riferimento, anche sfogliando i dizionari, ad una mancanza di agio, di comodità, ad un malessere, ad un senso di pena provato per l’incapacità di adattarsi ad un ambiente (familiare, amicale, lavorativo, …) o ad una situazione. Tanto è vero che, in relazione a questo termine, fra clinici intendiamo, per prassi, forme meno gravi di anomalie comportamentali, frequenti nei bambini e negli adolescenti, quindi quadri non ancora stabilmente strutturati, transitori, che non rinviano a patologie più articolate e gravi come le anoressie restrittive, ad esempio.

Nei neonati e nei bambini piccoli possiamo notare, anche con buona con frequenza, la comparsa di un disagio alimentare. L’espressione del disagio, del malessere, dell’ansia, provato dal piccolo prende la forma di una questione con il cibo in quanto questo è il primo e più facile strumento a disposizione del bambino per lanciare un messaggio ai suoi genitori che qualche cosa non va, che sta vivendo un momento di difficoltà, che si sente, appunto, a disagio per qualcosa. A tal proposito tengo a sottolineare come la psicoanalisi lacaniana sottolinei come “il sintomo del bambino è al posto giusto per rispondere a quello che vi è di sintomatico nella struttura familiare” [1].

In genere queste forme di disagio si caratterizzano per essere transitorie, non si tratta infatti di situazioni rigide, di estrema, profonda, gravità o già cronicizzate nel tempo. Ugualmente però ci troviamo dinnanzi a quadri, anche se di minor gravità, che necessitano di fermarsi e riflettere in quanto si configurano come un campanello d’allarme, un messaggio che viene lanciato e che necessita di essere accolto, decodificato e interpretato al fine di fornire una risposta. Anche in questi casi è sempre meglio, in caso di dubbi, o, comunque, per comprendere meglio la situazione, rivolgersi ad un professionista esperto in materia per un confronto congiunto.

Disturbo alimentare

Parlando di “disturbo”, invece, le nostre sensazioni cambiano e notiamo facilmente un senso di maggiore pesantezza rispetto al termine “disagio”. Quando utilizziamo il termine “disturbo” facciamo comunemente riferimento ad un malessere più intenso, vengono alla mente significanti quali “medici”, “ospedale”, “patologia”, e lo associamo immediatamente a binomi quali “disturbi mentali”, “disturbi psichici” e, nel nostro caso, “disturbi alimentari”. Non è un caso infatti che leggendo l’indice del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), redatto dall’American Psychiatric Association, si incontri solamente la voce “disturbo” declinata in diversi modi in base ai differenti quadri sintomatologici e non quella di “disagio”.

Il termine disturbo alimentare rimanda quindi a dei quadri di maggiore gravità, caratterizzati da una maggiore stabilità e dove l’opposizione e il rifiuto del cibo ovvero l’attività fisica estenuante e le condotte evacuatorie sono più rigide, cristallizzate, ma soprattutto determinate. È inoltre possibile notare una maggiore compromissione delle relazioni familiari e interpersonali che il soggetto fatica a portare avanti, unitamente a importanti cambiamenti comportamentali e umorali.

All’interno di questi quadri rientrano i ben noti disturbi del comportamento alimentare quali anoressie, bulimie e obesità ed è possibile notare un’importante produzione di sintomi e di segnali di malessere (ad es. un forte dimagrimento in un periodo di tempo relativamente breve, un aumento ponderale significativo, una dispercezione della propria immagine corporea, …).

In caso di dubbio su un determinato comportamento alimentare?

In questi casi potrebbe risultare utile consultare e confrontarsi con un professionista, uno psicoterapeuta esperto in disturbi del comportamento alimentare, con il quale meglio comprendere cosa stia avvenendo e quali eventuali logiche sottendano a questo particolare comportamento messo in atto nei confronti del cibo. Non sempre il cibo è solo cibo. A tal proposito, per un approfondimento sul tema, mi permetto di rinviare agli articoli “Il segno dell’amore dell’Altro. Anoressia nel lattante e nella prima infanzia” e “Bisogno di cibo e domanda d’amore. Il rifiuto alimentare nel lattante e nella prima infanzia”.

[1] Jacques Lacan, Due note sul bambino, 1987, p. 22, in “La psicoanalisi. Studi internazionali del Campo freudiano n.1”