Quale legame fra disturbi alimentari e dipendenze?

Disturbi alimentari e dipendenze da drogheI diversi disturbi alimentari sono accomunati dalla dipendenza dal cibo, dal pensiero del cibo che diviene ossessivo e pervasivo e attorno al quale ruota tutta l’organizzazione della vita della persona che ne soffre.

Una lettura dei disturbi alimentari come forma di dipendenza è presente nella letteratura psicoanalitica da molto tempo, in particolare possiamo far riferimento allo scritto “I complessi familiari nella formazione dell’individuo” del 1938 dello psichiatra e psicoanalista Jacques Lacan che nella condotta rifiutante del soggetto anoressico vede una “tossicomania del niente” e allo scritto “Psychoanalytic theory of neurosis” del 1945 dello psicoanalista Otto Fenichel attorno alle tossicomanie che non implicano l’uso di sostanze psicotrope dove annovera la bulimia intesa quale “tossicomania senza droga”.

I racconti dei soggetti dipendenti dal cibo non appaiono così differenti, perlomeno in alcuni tratti, da quelli delle persone dipendenti dalla cocaina. Ad esempio, entrambi mostrano un’incapacità di controllo rispetto alla sostanza, l’uso di questa per affrontare momenti particolarmente difficili, le compulsioni che limitano profondamente la vita quotidiana e le relazioni sociali, le crisi di astinenza, la perpetuazione di un comportamento nonostante le gravi ripercussioni negative sul corpo, etc.

Questi elementi teorici, unitamente alle osservazioni cliniche, ci consentono di guardare ai disturbi del comportamento alimentare come dipendenze, dipendenze da quella particolare sostanza che è il cibo.

Le riflessioni testé fatte sono possibili se pensiamo al concetto di dipendenza in senso ampio, quindi non limitandoci al solo versante chimico-medico, ma aprendoci al versante psicologico connesso al movimento del soggetto attorno alla sostanza, ovvero al tentativo di far fronte all’angoscia e alla perdita mediante delle pratiche compulsive di controllo che ruotano attorno ad un cardine (corpo, sostanza, …).

In questa forma di dipendenza dal cibo (sia nella forma dell’abbondanza eccessiva – bulimia, sia nella forma dell’assenza – anoressia) incontriamo dei soggetti per i quali questa sostanza diventa una stampella, un sostegno psichico di fronte a qualcosa di faticosamente gestibile. Il cibo permette di trattare lo stress, l’ansia, l’angoscia, la depressione, etc.

Nell’ambito clinico è importante non trascurare la particolare ambivalenza del soggetto rispetto al sintomo in quanto, se da un lato questo gli crea un disagio che lo porta a rivolgersi all’esperto per disfarsene, dall’altro mostra un legame intenso con esso in quanto stampella che gli permette di sopravvivere e dal quale ha quindi timore di separarsi dal momento che non sembra esistere altro nella sua vita (“come posso vivere una vita senza il sintomo?” si domandano frequentemente le pazienti).

La dipendenza, l’utilizzo della sostanza (cibo, alcool, droga), è un mezzo e appare come una soluzione (anche se paradossale e patologica), un tentativo di fornire una risposta ad un problema, come abbiamo visto nell’articolo “Separazione e incontro: uno sguardo sull’insorgenza delle dipendenze in adolescenza”. Tuttavia, come evidenziato nell’altro articolo “Le dipendenze fra aggregazione e identificazione”, ascoltando le storie dei pazienti, si nota bene come questa sia una soluzione insoddisfacente a lungo andare in quanto i disturbi alimentari mostrano come nessun oggetto riuscirà mai, fino in fondo, a soddisfare una domanda che non è sul piano del bisogno (“ho fame di cibo”), ma sul piano del desiderio (“ho fame di amore”).